giovedì 29 maggio 2008

Metafora

Una "lettera di stima", o di velato amore, è quella che a sorpresa un membro della Tribù ha ritrovato sulla scrivania.
Contrariamente a quianti contribuiscono a diffondere una travisata idea del mio "essere libera da liniti e vincoli" schiacciandomi in una veste che mi sta stretta (e non perchè sono ingrassata ... cmq niente dolci fino alla Corsica, non si sa mai!) e che ha le tinte di chi non si tiene un cecio in bocca non rivelerò il nome, nè il sesso di questa persona!
E in tutta trasparenza ho avuto anche il suo permesso alla pibblicazione di questa missiva.
Buona lettura!!!!
1632
Nella primavera del 1632 al largo della Cornovaglia una goletta battente bandiera portoghese si trovò improvvisamente in mezzo a una furiosa tempesta. La nave fu scaraventata sugli scogli, il fianco si squarciò e continuò a imbarcare acqua. L’equipaggio che non era stato ancora buttato in mare si tuffò per non essere trascinato giù dalla nave stessa. Tutti si dimenticarono di tutti. C’era una ragazza su quella nave, una clandestina inglese in fuga da una terra dilaniata dalla guerra civile; era rimasta sotto coperta, e nessuno si accorse di lei. Gli alberi della nave erano ormai spezzati, l’acqua aveva invaso la carena.
La nave fu sbattuta per cinque giorni e cinque notti da un mare furioso.
Si inclinò su un fianco ma, miracolosamente, non affondò.
Quando lei si svegliò ciò che restava della goletta, che l’aveva protetta come uno scrigno, si era incagliato su una stretta spiaggia al limitare di una radura, in una piccola baia alle cui spalle si alzavano basse colline gonfie di verde.
Trascorsero alcuni giorni, ma non successe nulla, non arrivò nessuno.
Allora lei si fermò per pensare, e decise che non si sarebbe data per vinta. Decise che avrebbe vissuto. E alla fine di quel pensiero chiuse e riaprì gli occhi, così, proprio come il battito d’ali di una farfalla…
Con le assi della nave costruì un piccolo rifugio, una capanna, una minuscola casa meravigliosamente arredata con ciò che il mare ogni giorno le portava lungo la costa. Iniziò a raccogliere quello che l’isola offriva, frutta, granchi, iniziò anche a piantare qualche chicco di grano trovato sul relitto.
E poi, dopotutto il mondo non doveva essere molto lontano, anche se lì, su quella piccola isola, sembrava davvero non ci fosse nessuno.
Ma lei era forte, era determinata, e decise che avrebbe continuato a vivere.

Poche ore dopo, dall’altra parte del mondo un’onda enorme si abbatté violentemente contro i bastioni del porto di San Juan. Lo sparuto gruppetto di ladruncoli che si aggiravano tra le barche attraccate al molo si ritrovò improvvisamente immerso a mezzo mare, tra pezzi di nave, botti, casse di legno e ogni sorta di cosa trascinata via dalle corrente.
Di quelli solo uno fu raccolto vivo dal brigantino a palo alto francese che cinque giorni dopo tagliava l’odierno golfo del Messico verso sud-sud-est. Quando lui si svegliò si trovò di fronte un omone barbuto e con dei polsi grossi come tronchi, che lo afferrò per il collo della camicia, lo sollevò e… gli sorrise.
Trascorsero alcuni giorni, e quella piccola nave pian piano diventò la sua casa, e quel gigante buono un maestro e un padre.
Allora lui si fermò per pensare, e decise che non si sarebbe più smarrito. Decise che avrebbe vissuto.
E dai e dai ogni giorno lavare il ponte, rammendare le vele, sgobbare in cambusa, osservare le nuvole, rubare i segreti della navigazione, apprendere l’arte della guerra, imparare la durezza del mare.
Ma lui era convinto, era sicuro, e decise che avrebbe continuato a vivere.

Quindici anni dopo, in un angolo sperduto dell’Oceano Atlantico, quando dalla scialuppa che si era staccata dal galeone spagnolo ancorato di fronte alla baia saltò sulla sabbia, si guardò intorno, cercando alberi buoni a riparare la fiancata del suo Santa Cruz, danneggiato nell’ultimo scontro con quei dannati corsari.
Volse lo sguardo lungo la spiaggia, prima da un lato, e poi, lentamente, dall’altro. I suoi occhi penetravano molto al di là di quanto i suoi uomini potevano vedere. Fu così che la vide, incredulo, quella minuscola conchiglia fatta di pancia di nave incastrata fra gli alberi. Allora i suoi stivali iniziarono a premere orme più profonde sulla sabbia bagnata e prima ancora che potesse anche solo azzardare un’ipotesi lei improvvisamente uscì da quel guscio. E fu come un lampo. I suoi vestiti consumati, i suoi piedi scalzi, i suoi lunghi capelli, e dietro di lei quei muri di quercia ricurvi, tutti quegli oggetti naufragati lì… In un momento il suo quadro mentale si ricompose, e poi tutto si fermò come su un filo di lana sospeso sopra un largo precipizio. E lui capì da dove era venuta quella grande onda che aveva sconvolto la sua vita quel giorno al molo… E lei capì quanta strada aveva fatto l’aria spostata dal battito d’ali delle sue palpebre quel giorno sulla spiaggia…
E lei smise di combattere. E lui smise di vagare.
Lui si tolse l’elmo, il suo elmo d’acciaio di Toledo, si piegò in un inchino d’altri tempi, con un chè di timoroso rispetto, per essere lui lì dove lei era da chissà quanto.
Lei mosse la mano verso di lui, fece per sollevare le sue spalle, e in quell’istante i loro sguardi si incrociarono legandosi l’uno nell’altro, e lui vide per la prima volta i suoi occhi verdi smeraldo, e sentì il profumo della sua pelle, e sfiorò il suo vestito fatto di sole. E lei gli disse:
Capitano, iniziavo a pensare che non sarebbe più arrivato.

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